Nota terza
Gyotaku, il pesce che si stampa
Prima delle fotografie, un pescatore che voleva essere creduto aveva bisogno di inchiostro, di carta e del pesce in persona.
Gyo vuol dire pesce, taku indica un’impronta ottenuta per sfregamento, come quando si passa una matita su un foglio appoggiato a una moneta. Il gyotaku è questo: si prende un pesce vero, lo si inchiostra, gli si preme sopra un foglio e si ottiene la sua immagine a grandezza naturale, squama per squama.
L’origine che si racconta è pratica. I pescatori giapponesi avrebbero cominciato a stampare le catture migliori per tenerne traccia: specie, dimensioni, a volte il luogo e la data scritti a mano accanto. Una prova difficile da contestare, perché il pesce non si può allargare con le mani come nei racconti al bar. Con il tempo quelle stampe hanno cominciato a essere guardate per quello che sono, cioè immagini molto belle, e il gyotaku è diventato anche una pratica artistica, insegnata e diffusa ben oltre il Giappone.
Due modi di farlo
Si distinguono di solito due metodi, e danno risultati piuttosto diversi.
Il metodo diretto
È il più antico e il più intuitivo. L’inchiostro si stende direttamente sul pesce, con un pennello; poi si appoggia la carta e la si preme con le dita e con il palmo, seguendo il corpo dalla testa alla coda. Quando si solleva il foglio, l’immagine è speculare, come un timbro. È il metodo che abbiamo imitato nel gioco. La stampa che ne esce è netta, contrastata, piena di imprevisti.
Il metodo indiretto
Qui l’inchiostro non tocca mai il pesce. Si fa aderire al pesce un foglio umido di carta o di seta, in modo che ne prenda la forma; poi si tampona il colore sul foglio, dall’esterno, con piccoli tamponi di stoffa. Dove sotto c’è un rilievo, il tampone lascia più colore. Il risultato è più morbido e dettagliato, non è speculare, e richiede molta più pazienza.
I materiali
- L’inchiostro. Tradizionalmente il sumi, il nero da calligrafia a base di fuliggine. Oggi si usano anche colori, purché non tossici se il pesce è destinato alla cucina.
- La carta. Carta giapponese, washi: sottile, dalle fibre lunghe, resistente anche da umida. È lei che permette di seguire le curve del pesce senza strapparsi.
- Il pesce. Pulito e ben asciugato, perché l’acqua e il muco respingono l’inchiostro. Le pinne si aprono e si fermano con qualche spillo o un po’ di argilla sotto, così restano stese.
- Il sigillo. A lavoro finito, molti aggiungono il proprio timbro rosso, come si fa nella calligrafia e nella pittura a inchiostro. È la firma, ed è spesso l’unica macchia di colore sul foglio.
Un dettaglio che colpisce chi guarda un gyotaku per la prima volta è l’occhio. Nella stampa viene male, una macchia confusa, perché l’occhio è liscio e bombato; per questo, di norma, lo si lascia in bianco e lo si dipinge a mano alla fine. È l’unico ritocco che la tradizione ammette senza discutere, e basta a far sembrare vivo il pesce.
Provarci a casa
Non serve molto. Un pesce intero dal mercato, meglio se con squame evidenti e forma piatta: un’orata o un sarago vanno benissimo. Colore a tempera o inchiostro di china, un pennello morbido, e carta sottile ma tenace; in mancanza di carta giapponese, per fare pratica va bene anche quella velina da pacchi.
- Asciuga bene il pesce con carta da cucina, anche dentro le branchie e sotto le pinne.
- Appoggialo su un piano protetto e apri le pinne, fermandole da sotto.
- Stendi poco inchiostro, dalla testa verso la coda, e poi ripassa in senso contrario per far entrare il colore sotto il bordo delle squame. Lascia libero l’occhio.
- Appoggia il foglio dall’alto, senza trascinarlo, e premilo con le dita partendo dal centro.
- Solleva da un lato, con un movimento solo. Lascia asciugare, poi dipingi l’occhio.
La prima stampa di solito viene troppo scura: quasi tutti mettono troppo inchiostro. La seconda, fatta senza reinchiostrare, è spesso la migliore.
Che cosa abbiamo tenuto nel gioco
In Gyotaku abbiamo tenuto la sequenza del metodo diretto: inchiostro sul pesce, carta sopra, pressione delle dita, foglio sollevato. Abbiamo tenuto l’immagine speculare, i vuoti dove non hai premuto, l’occhio aggiunto alla fine e il sigillo rosso.
È finta, ovviamente, la materia: nessun pesce, nessuna carta, solo punti colorati su uno schermo. E la grana della stampa è calcolata, non accade. Ma se dopo aver giocato ti viene voglia di comprare un’orata e un foglio di carta, il gioco ha fatto il suo lavoro.
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